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Fabio Palumbo (La Strada): Qui nessuno è straniero

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Alcune considerazioni sul provvedimento che prevede un “tetto” del 30% nelle classi per gli alunni stranieri senza un’adeguata conoscenza della lingua italiana, unitamente all’obbligo di corsi d’italiano per i loro genitori.
In una misura di questo tipo si consuma un profondo stravolgimento dell’idea di scuola come luogo di inclusione sociale ed educazione alla cittadinanza. Quello che il Ministero presenta come un intervento volto a contrastare la segregazione e la dispersione scolastica, appare a mio avviso come una vera e propria barriera d’accesso al diritto allo studio.
Una scuola fedele al dettato costituzionale deve garantire l’istruzione in modo universale a ciascuno studente, indipendentemente dal suo status di cittadinanza. Questo obiettivo si persegue attraverso l’accoglienza e il contrasto attivo alle disuguaglianze educative. La scarsa padronanza linguistica degli studenti o dei genitori non può essere trasformata in uno stigma o in una colpa individuale: la nostra Costituzione attribuisce allo Stato il compito di rimuovere gli ostacoli che impediscono il pieno sviluppo della persona — senza distinzioni tra cittadini e stranieri.
Come rendere effettivo questo diritto? Anzitutto riducendo il numero complessivo di alunni per classe, così da migliorare la qualità della didattica per tutti, anziché fissare tetti su base etnica o linguistica. Nello specifico dell’italiano L2, occorrono politiche capaci di rendere capillari i servizi educativi per l’infanzia (fascia 0-6 anni): è lì che i bambini con background migratorio incontrano i coetanei ed entrano in contatto con la lingua nel periodo più fertile per lo sviluppo linguistico. Al contempo, serve uno spazio strutturato e permanente per i docenti specializzati nell’insegnamento dell’italiano come lingua seconda, sia nei percorsi per minori sia nell’istruzione degli adulti.
È utile ricordare che già nella circolare del 1990 l’allora ministro della Pubblica Istruzione, Sergio Mattarella, invitava a non superare, ove possibile, i 5 alunni per medesimo gruppo linguistico all’interno di una classe. Lo spirito di quell’indicazione era opposto rispetto alla direzione odierna del MIM: Mattarella intendeva evitare la formazione di “classi ghetto” colme di studenti della stessa nazionalità, incentivando la pluralità.
Il successo formativo non si ottiene alzando barriere all’ingresso per “salvaguardare” il livello della classe, ma arricchendo il contesto didattico. Le competenze linguistiche, civiche e culturali crescono in ambienti integrati, capaci di superare le discriminazioni legate ad appartenenze etniche e di rimuovere le condizioni di svantaggio sociale, economico e culturale.
Chi subisce le disuguaglianze generate da politiche scolastiche inadeguate non può essere colpevolizzato o messo ai margini. Il fallimento è del sistema educativo, non delle sue vittime. Già oggi le scuole italiane soffrono differenti forme di stratificazione: la gerarchia di prestigio tra licei e istituti tecnici o professionali, gli istituti d’élite contrapposti a quelli di periferia, fino a una didattica selettiva che premia chi è già favorito e penalizza chi parte in svantaggio.
Per far sì che le aule diventino spazi di reale integrazione — per le seconde generazioni nate in Italia, per chi è arrivato a seguito di un percorso migratorio o per chi vive condizioni di disagio socio-economico – servono investimenti strutturali su personale docente, edilizia scolastica e strumenti didattici.
L’inclusione richiede classi interculturali in cui le differenze siano risorsa e l’apprendimento della lingua sia un percorso vivo e continuo per tutti. Un processo che va accompagnato da insegnanti d’italiano per stranieri, docenti curricolari formati, mediatori culturali e assistenti educativo-culturali. Solo una scuola aperta alla pluralità linguistica e culturale potrà formare studenti capaci di essere, al tempo stesso, cittadini consapevoli del proprio territorio e del mondo.

(foto di Fabio Itri)

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