Le elezioni primarie per la scelta del candidato del centro-sinistra alle prossime comunali di Reggio arrivano al termine di una lunga ed estenuante sequenza di tavoli e trattative. Non nascono da una spinta dal basso, ma come soluzione a una difficoltà tutta interna alla coalizione. Pressoché tutti i candidati vi parteciperanno di malavoglia, spinti dai vertici dopo l’incapacità di trovare una sintesi. Più che un momento di confronto aperto, sembrano una sorta di “ordalia” tra le diverse fazioni, chiamate a dirimere con uno scontro tra i rispettivi “campioni” ciò che l’assemblea non è riuscita a chiarire politicamente. Diversi nomi si sono chiamati fuori e si fatica persino a costruire una competizione credibile. Intanto il PD prova a creare “hype” attorno a un contenitore che rischia di restare vuoto.
Presentare queste primarie come il trionfo della partecipazione è fuorviante. La partecipazione non si attiva semplicemente con la chiamata alle urne: nasce da un percorso, da un’elaborazione condivisa, da un confronto reale con la comunità.
A Reggio, negli ultimi anni, questo tipo di processo non è stato promosso da chi oggi invoca le primarie come strumento salvifico. La dialettica democratica non coincide con le schermaglie tra correnti o gruppi di potere che orientano le decisioni cittadine, spesso lontano dai riflettori.
Un lavoro di ascolto, presenza e confronto nei quartieri, strada per strada, è stato invece portato avanti in questi anni da realtà civiche e movimenti come La Strada. Ma la partecipazione non può essere evocata solo quando serve a legittimare un passaggio interno agli equilibri di coalizione: deve essere costruita con coerenza e continuità.
C’è poi un punto decisivo: la democrazia non è solo una conta dei rapporti di forza, ma anche tutela delle minoranze. I grandi partiti, a partire dal PD, dispongono di una capacità organizzativa e di mobilitazione che i piccoli movimenti non hanno. In un contesto come quello reggino, dove il voto di opinione è spesso penalizzato rispetto a quello legato agli apparati, le primarie risultano difficilmente contendibili senza il sostegno dei partiti nazionali.
Quando i rapporti di forza sono così sbilanciati, come possono essere garantite le minoranze, che sono la linfa della democrazia? Non certo attraverso un meccanismo che obbliga a sostenere qualunque candidato prevalga, anche quando le differenze programmatiche sono profonde – ad esempio sulla gestione dei beni collettivi o sul Ponte. Se il candidato fosse il risultato di una vera sintesi politica, capace di rappresentare con chiarezza i valori della sinistra, il sostegno delle diverse componenti sarebbe spontaneo e convinto. Ma quando le divergenze restano irrisolte, un voto non può sostituire il confronto necessario a chiarirle.
Ed è questo il nodo di fondo: l’unità a tutti i costi non è un valore.
Nel campo progressista convivono visioni talvolta inconciliabili su questioni decisive come il rapporto tra pubblico e privato, lo sviluppo urbano, la tutela dei beni comuni. Se queste differenze vengono sacrificate sull’altare dell’unità, la sinistra finisce per perdere credibilità.
L’unità senza una visione condivisa non dà forza: è solo una somma di sigle.
E una somma non è un progetto.
*di Fabio Domenico Palumbo, direttore culturale La Strada

















