Possiamo dire, timidamente, che il dato del referendum sulla giustizia a Reggio Calabria è, quantomeno, anomalo rispetto al quadro regionale e nazionale?
Il risultato avrebbe dovuto aprire almeno una riflessione all’interno dell’area “progressista”. Non l’ha fatto. Ed è questo il dato più rilevante. Qualunque sia l’esito, nel meccanismo ormai consolidato, hanno vinto tutti. Il dato reale finisce confuso e diluito in una cornice nazionale molto diversa dal quadro locale. Questo non è pluralismo. È assenza di politica.
Il dato reggino — con la vittoria del SÌ in controtendenza — non è stato letto. Nessuna domanda su chi ha orientato quel voto, su quali reti lo hanno sostenuto, su quale idea di giustizia lo abbia motivato. Tutto ricondotto a un equilibrio interno che non deve essere messo in discussione.
Il problema emerge ancora più chiaramente se guardiamo al rapporto con le primarie. Se primarie e referendum sono entrambi momenti in cui si misura la capacità di orientare consenso, il dato referendario avrebbe dovuto essere un test politico interno: chi ha mobilitato? Con quali parole d’ordine? Con quale idea di giustizia e democrazia?
Domande rimaste senza risposta. Al loro posto, è riemerso il riflesso automatico del richiamo all’unità. Un’unità che, in Italia, può apparire vincente; a Reggio, invece, è perdente. Non perché il tema sia irrilevante, ma perché la politica locale è sclerotizzata attorno a circoli di rappresentanza, reti personali e appartenenze amicali. Non al panorama culturale e politico italiano ed europeo.
Se dentro lo stesso campo convivono posizioni distoniche — chi sostiene il NO al referendum, ma promuove come candidati i sostenitori del SÌ o i più timidi rappresentanti del Nì — come può questo non essere oggetto di una riflessione politica seria? Come può il risultato locale non essere letto dentro questa cornice?
Questa è la riflessione politica di cui ci sarebbe bisogno per allontanare le inaccettabili letture lombrosiane di alcuni giornali nazionali. È la solita storia.
Il risultato è che il ragionamento politico scompare. Non si analizzano più i dati, non si traggono conseguenze, non si costruiscono posizioni coerenti. Si gestisce l’esistente. Primarie e referendum diventano passaggi svuotati: momenti in cui si misura la capacità di muovere apparati, non di produrre politica.
Il risultato del NO ci dice, viceversa, che c’è un profondo bisogno di Politica e che la mobilitazione si costruisce sul piano della “passione” per la Costituzione, per la Giustizia, per una certa idea di società.
Il dato di Reggio Calabria è chiaro: la città è divisa a metà. Il margine tra SÌ e NO è minimo. Proprio per questo segnala un’esigenza politica che la politica locale deve raccogliere.
Noi abbiamo scelto il NO con convinzione e coerenza. Ci siamo assunti la responsabilità di leggere il voto fino in fondo. Non come semplice risultato formale, ma come indicazione di una domanda reale: chiarezza, coerenza e rappresentanza politica.
Non inseguiamo narrazioni consolatorie. Partiamo dal dato concreto per costruire un percorso politico che dia voce a chi oggi non si riconosce.
È da questa posizione chiara e coerente che può nascere un percorso politico autentico e in grado di parlare al popolo. Senza compromessi, senza retoriche vuote. Solo così il NO diventa punto di partenza per una politica vera.
Saverio Pazzano
La Strada




