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La Strada sul “Girasole”: al posto della retorica del “decoro urbano”, serve una visione sulla rigenerazione dei beni collettivi

girasole video

Lo sgombero del “Girasole” non serve a restituire il patrimonio pubblico al decoro urbano e alla sicurezza.
Al di là dell’accertamento delle infrazioni e delle successive denunce a carico delle persone ritrovate all’interno dell’immobile, che seguiranno l’iter giudiziario, e al di là del necessario ripristino delle condizioni igienico-sanitarie e di agibilità, compromesse da quasi trenta anni di incuria, le cause del degrado vanno ben oltre la presenza di persone indigenti nei locali del Girasole. Tra queste vi sono micro-discariche di rifiuti, atti di vandalismo, nonché la mancata rimozione di erbacce e cespugli, fattori riconducibili non solo a chi ha danneggiato la struttura o ha sversato rifiuti, ma anche alla negligenza dell’amministrazione nella tutela del bene.
Al di là di queste responsabilità materiali, le considerazioni che seguono riguardano l’interpretazione politica del significato da attribuire al decoro urbano e alla rigenerazione del patrimonio pubblico.

Da ben sei anni il movimento La Strada aveva attenzionato la situazione del Girasole attraverso una serie di sopralluoghi documentati con video disponibili sul nostro canale YouTube. Il focus dei nostri report, in quello e in altri spazi dimenticati della città, era la rimozione degli ostacoli alla fruizione dei beni collettivi mediante un processo di rigenerazione urbana che li restituisse alla cittadinanza.
Del Girasole si è parlato a lungo, come di uno di quei beni che il Comune, non riuscendo a valorizzare e recuperare il proprio patrimonio immobiliare, intende cedere ai privati.
In tutti questi anni, la questione del recupero del Girasole alla fruizione collettiva non è stata affrontata, salvo poi farlo adesso, solo nei termini della retorica securitaria del decoro, ahimè sulla falsariga di tante amministrazioni comunali che si affrettano a declinare il tema della marginalità nei termini della sicurezza pubblica.
Le politiche securitarie del decoro criminalizzano la povertà, l’emarginazione sociale e il disagio abitativo, riducendoli a un problema di sicurezza senza dare una risposta utile a rimuovere le cause della sofferenza economica e sociale.
A nostro avviso, la “retorica del decoro” che si concretizza nel pugno duro contro i “senza parte” è l’espressione di una visione distorta della legalità, che la trasforma in legalismo mettendo in soffitta l’idea di giustizia sociale.

Da parte del Comune si evidenzia la determinazione nel perseguire la legalità mediante la tutela del decoro urbano e il rispetto delle regole. Tuttavia, quando si parla di “decoro urbano”, non bisogna mai dimenticarsi del contesto e delle condizioni di marginalità e miseria in cui avvengono le violazioni. Indecorosa non è la condizione di chi è misero. Indecoroso è un sistema che non si è preso cura di quella miseria e l’ha trasformata in marginalità, salvo poi scandalizzarsi nel vederla esposta agli angoli delle strade o sulle panchine delle stazioni.

In questi anni abbiamo visto molte amministrazioni di sinistra “esultare” per il ripristino della legalità e del decoro in occasione di operazioni di sgombero in cui, nei fatti, veniva criminalizzata la miseria e venivano espulsi i marginali dagli spazi urbani. Molti sindaci e assessori, anche sedicenti di sinistra o progressisti, hanno parlato degli sgomberi dei clochard – spesso migranti –, nei termini di una retorica securitaria freddamente legalistica, priva di umanità ed empatia per la condizione di abbandono di chi vive ai margini.
C’è bisogno di sottolineare con forza che il degrado non è responsabilità di chi vive in povertà estrema ed è spinto dalla miseria ai margini dello spazio pubblico, ma delle amministrazioni che abbandonano per decenni gli spazi collettivi esponendoli inevitabilmente alla fatiscenza.
Per evitare che i luoghi si trasformino in non-luoghi e che il degrado inevitabilmente li colonizzi, bisogna intervenire a monte e prendersi cura dei beni pubblici con costanza e sollecitudine.
Non si prendono cura dei beni pubblici non solo le amministrazioni che non fanno manutenzione ordinaria e straordinaria degli immobili, ma anche quelle che pensano di risolvere la questione privandosene a beneficio dei privati.
Si parla del Girasole come di un bene da valorizzare attraverso l’alienazione che lo renderebbe fruibile per i cittadini. Quindi, secondo l’amministrazione comunale, per rendere fruibile uno spazio pubblico (il Girasole, il Miramare), la soluzione è affidarlo ai privati? Non è quello che crediamo e non è quello che dovrebbe caratterizzare un’amministrazione di centro-sinistra. La fruizione collettiva e libera degli spazi, così come la loro destinazione a finalità che siano realmente di pubblica utilità, è possibile solo se quegli spazi restano beni collettivi, di tutte e tutti, e non proprietà esclusiva di privati cittadini.
Chiediamo, come abbiamo già fatto in passato, a partire dai nostri report del 2020, che il Girasole venga inserito in un percorso pubblico e partecipato di rigenerazione urbana, coinvolgendo cittadinanza, associazioni e reti sociali del territorio.
Rendere la città a misura di tutte e tutti, anche degli ultimi, questo sarebbe davvero decoroso.
Rendere Reggio vivibile attraverso la rigenerazione dei beni collettivi per restituirli alla cittadinanza e non per venderli ai privati, questo sarebbe davvero di sinistra.

Fabio Domenico Palumbo, direttore culturale La Strada

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