Abbiamo un disperato bisogno di Politica, dobbiamo tornare alle strade. Per uscirne migliori come comunità abbiamo bisogno di altri spazi dell’elaborazione che non siano i social. Abbiamo bisogno di piazze vere, il bilancio di questo mese di quarantena è questo. In breve abbiamo accettato di trasformare la regola della “distanza sociale” in isolamento sociale, dimostrandoci più realisti del re, addirittura mettendo in difficoltà ministri della Repubblica disposti ad alcune aperture verso i bambini. Così l’unica cosa che pare porti giovamento è la restrizione e non chiediamo alle Istituzioni altro che confermarla, possibilmente aumentarla e certamente controllare. È un discorso che ci porterebbe lontano, ma questo ha molto a che fare con quello che in tempi normali pensiamo del Carcere, emotivamente, in barba ai principi costituzionali. È esattamente ciò che chiediamo per la nostra sicurezza in questa pandemia: chiudere tutto e buttare le chiavi. Niente jogger, niente bambini in strada, niente passeggiatori, possibilmente nessuno in giro. Politicanti vuoti di idee non aspettavano altro per risalire nell’affetto dei cittadini, messaggi chiari e diretti: state a casa, vigileremo perché nessuno esca. Controllo dell’ordine e sicurezza pubblica, panacea per chi negli ultimi anni si è distinto per assenza di capacità dai problemi reali, collaborazione allo smantellamento dello stato sociale e della sanità pubblica per quieto vivere e strategie di partito. Non pare vero di poter affermarsi con un messaggio tanto chiaro quanto vuoto. A costo zero più che un’operazione di maquillage è un vero e proprio processo di riverginazione. Il potere restrittivo e di controllo pone molte questioni di tenuta democratica nel lungo periodo, ma nel breve rende evidente quanto possa essere pericoloso per la vita di una comunità. I problemi sono oscurati, le ferite del territorio sono aggravate e non se ne parla più, le povertà aumentano, il dibattito democratico è annichilito dalla necessità di non rischiare strumentalizzazioni in un periodo così difficile. Accade spontaneamente un’autolimitazione della critica, della denuncia, si concede deliberatamente che mascherine, aperture e file dei supermercati, conteggio dei tamponi siano gli unici argomenti di discussione.

In questo un ruolo determinante lo ha avuto la retorica della guerra. “Siamo in guerra contro un nemico invisibile”. È chiaro che se siamo in guerra ogni cittadino è un soldato, quello che deve fare è obbedire ai propri superiori. Non si discute adesso, si obbedisce e basta. Non c’è spazio per l’insubordinazione in tempo di epidemia. Ma questa non è una guerra e noi non siamo soldati. Questo è un virus e noi restiamo cittadini. Un virus col quale dovremo convivere a lungo, senza perdere la capacità di problematizzare, di aprire critiche, di proporre, di mantenere alto il livello del confronto — e dello scontro anche — con gli amministratori. Abbiamo il dovere di restare cittadini, non possiamo abdicare.

Non è un caso che Salvini sia quasi scomparso dai radar. Deve dividere la scena con antagonisti che portano modalità vicine e contenuti abbastanza ripetuti, solo che invece degli immigrati abbiamo altre categorie con cui prendercela: i fuorisede rientrati come i cittadini che escono di casa. Gli strumenti utilizzati sono molto simili, tutti centrati su messaggi securitari, sulla bullizzazione video dei “disobbedienti”, rassicurazioni di una ripresa economica tanto ripetute quanto vaghe.  Sui social il Sindaco si dispone con “messaggi alla Nazione” giornalieri. I contenuti sono sempre gli stessi, con pochissime varianti. Sostanzialmente si tratta di variazioni estetiche sul tema “non si esce di casa!”. Fanno da contorno interventi minimi, spesso declinazioni di scelte del Governo per cui il Sindaco si prende i meriti. Di fatto con pochissimo lavoro si ottiene il massimo di visibilità e consenso, in una dimensione comunicativa che appare da culto della personalità. Il Sindaco è il fuoco attorno a cui ci si raccoglie per sentirsi riscaldati, ma quella che si raccoglie non è una comunità quanto piuttosto un gruppo di beneficiari social che lascia esclusa la maggior parte della popolazione. A conti fatti le misure intraprese sono le stesse in tutta Italia, quello che un amministratore locale dovrebbe fare è agire politicamente perché, in queste scelte restrittive nazionali, resti viva — per come possibile — l’economia locale, nessuno resti senza acqua, nessuno resti senza casa, chi ha problemi di disabilità abbia la giusta assistenza domiciliare, nessuno resti solo, le categorie più svantaggiate siano messe al centro dell’azione amministrativa… Assistiamo piuttosto strumentalmente a una campagna elettorale a canale unico in cui le azioni messe in campo per la solidarietà sociale sono sempre le stesse (solidarietà spontanea dei cittadini, intervento dei volontari, supporto di professionisti a gratis…) ma in cui, come in una ipnosi di massa, tutto è riconducibile alla personalità del Sindaco. Paradossalmente più c’è bisogno di Politica, più la politica demanda al controllo delle forze dell’ordine  e al fai-da-te delle comunità locali supportate da locandine auto promozionali dell’amministrazione, più acquista consenso. Più aumentano i problemi, più i messaggi istituzionali sono buonisti e puramente assistenziali più cresce la fiducia. Un bel problema. Sul tavolo della vita reale tutte le problematiche restano presenti se non aggravate e su quelle, misure e delibere alla mano, neppure un’azione è stata intrapresa.

Il rischio per un territorio già depresso come il nostro è presto detto: l’aumento esponenziale di bisognosi, in ogni ambito. Questo potrebbe portare a una maggiore ricattabilità con un rafforzamento notevole della politica clientelare e della ‘ndrangheta. Sulla seconda si sono già pronunciati Gratteri e De Raho pochi giorni fa, sulla prima non occorre la palla di vetro. Ancora di più è necessario vigilare, perché assunzioni a tempo, nuovi concorsi, servizi ai cittadini saranno il terreno sul quale si giocherà la dignità di un territorio sempre più impoverito. Ecco che allora bisogna molto pensare al dopo, aprire ora una fase di dibattito e confronto, riattivare uno scenario di partecipazione. La Politica alta resta sempre quella “casa per casa, strada per strada”, in un tempo di mobilità costretta bisogna trovare la strada per non abdicare a questo scenario. I gattopardi sono pronti ancora una volta ad approfittarsi di un contesto apparentemente dinamico e invece estremamente immobile. Dietro i social, nell’appiattimento di una comunicazione molto orientata sul ruolo del leader e sul problema del momento, il gioco sembra nuovo ma è sempre lo stesso: fare sembrare che tutto cambi perché niente cambi.

Dobbiamo evitarlo. Dobbiamo essere profondamente cittadini, ecco tutto.

Dietro la retorica di una comunità unita nell’obbedienza alle regole si nasconde l’aggravarsi di situazioni pronte a esplodere: dai senzatetto, ai malati e ai disabili privi di assistenza domiciliare, agli studenti privi di supporti informatici, ai lavoratori in attesa di stipendi, a quelli che un lavoro l’hanno perso, alle vittime di violenza costrette al domicilio con l’aguzzino, alle attività produttive chiuse, ai servizi di pulizia strade e di approvvigionamento idrico assenti… Sostanzialmente i territori rischiano di diventare come quelle case abbandonate che cadono a pezzi: ce ne si accorge solo quando si torna ad abitarle.

Una comunità è tale se comprende tutte e tutti, altrimenti nominarla è solo uno stucchevole atto di retorica, colpevole se si è anche un amministratore che, dopo sei anni di governo, lascia dormire la gente in strada, le case senz’acqua, i lavoratori senza stipendio, le povertà a impoverirsi di più. Davanti a un Sindaco che prepara torte, gioca alla playstation, legge comodamente sul divano, non c’è nulla di che offendersi. Un ritratto semplice e borghese di umanità. Ma davanti alle evidenti sciagure di medici costretti a turni massacranti, lavoratori in crisi, concittadini reclusi in tuguri o abbandonati in strada da politiche locali oscene, l’unico riferimento possibile è quello a Maria Antonietta: il popolo non ha pane, che mangi brioches! Una politica da torre d’avorio, ma lo sapevamo già. Occorre ristabilire un confine netto tra pietismo e pietas. Il primo è tipico della politica d’accatto fondata sull’assistenzialismo, la risoluzione temporanea (quasi un favore) di un problema strutturale, il richiamo costante ai bisognosi e ai poveri perché si ha bisogno di loro per affermarsi come buoni presso la credulità popolare. La pietas è invece uno sconvolgimento complessivo delle regole che determinano la diseguaglianza, è entrare profondamente nell’umanità e nel dolore per uscirne insieme, fare pure ciò che è sconveniente per l’affermazione delle giustizia sociale. Il pio Enea che porta in spalla il padre Anchise compie un gesto che rompe un vecchio rigore estetico, fonda una nuova umanità con un gesto che sorprende perché nuovo. E non si è fatto un selfie. La lezione è tutta qui. È questo il momento di costruire una città giusta o sarà tutto come prima, ma con più retorica.

 

Saverio Pazzano